Markets and investments

I #dividendi che conquistano gli #investitori

by Roberta Delvecchio | 28.10.2019

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PLUS24 – IlSole24Ore del 26/010/2019 pag. 1-12

I #dividendi che conquistano gli #investitori

di Marzia Radaelli

Azioni battono obbligazioni: il divario tra il rendimento degli #investimentinelcapitale e nel #debitodelleaziende non è mai stato così ampio.

Con i tassi di interesse a zero e 16mila miliardi di obbligazioni con #rendimentonegativo, le cedole staccate dalle azioni ingolosiscono gli investitori: il rendimento medio da dividendi dell’#EuroStoxx è del 3,3%, mentre il #FtseMib è ancora più generoso e paga il 4,4%.

Però l’investimento in azioni è del tutto differente da quello in obbligazioni. Soprattutto non ha una scadenza. Poi – almeno in teoria – è passibile di maggiori oscillazioni di valore, sebbene negli ultimi 10 anni anche il mondo obbligazionario abbia conosciuto violenti terremoti, e pure nei comparti più riparati come quello dei titoli di Stato.

«L’investimento in azioni che pagano buoni #dividendi è una moda – afferma Roberto Tronci, partner e responsabile investimenti di Albacore-. Gli investitori che prima compravano le obbligazioni più sicure, come i #titolidiStato o le societarie #investment grade, sono passati alle obbligazioni ad alto rendimento e, quando anche queste hanno abbassato il premio, alle #azioni che distribuiscono dividendi».

Tanto per fare qualche esempio, l’azione di #Eni ha un #dividendyield, cioè un rendimento da cedole, del 6% annuo, mentre un’obbligazione della stessa società con scadenza 2029 paga lo 0,6%. Il rendimento dell’azione Intesa Sanpaolo è superiore all’8%, a fronte di quello negativo di un’emissione della stessa banca con scadenza 2026.

Tutto è relativo.

La corposità di un dividendo azionario dipende dalla valutazione del titolo. Non è consigliabile investire in un’azione che ha una valutazione fuori mercato, anche se offre un buon rendimento da cedole. «Nel 2000 – spiega Manuel Pozzi, direttore investimenti di M&G Investments – il mercato azionario globale pagava circa 30/35 volte gli utili e, dunque, nel lungo termine offriva un rendimento annuo prospettico troppo basso, del 3% circa, a fronte di oltre il 5% delle obbligazioni tradizionali nello stesso periodo. Oggi, invece, l’#EuroStoxx vale circa 13 volte gli utili attesi e il #FtseMib circa 10 volte; questi rapporti corrispondono a un utile per azione più alto, rispettivamente del 7,7% e del 10%».

I rischi.

Con i tassi bassi, alle aziende conviene indebitarsi e remunerare di più gli azionisti o ricomprare le azioni per accrescere il loro valore, anziché investire tutti i profitti nell’azienda. «#Nestlè è un caso emblematico – precisa Tronci – perché in Svizzera i rendimenti obbligazionari sono negativi fino a 30 anni, mentre la società tra #dividendi e #riacquisti di azioni ha messo sul piatto il 6,5% della capitalizzazione. Questa convenienza non può durare all’infinito e l’appetibilità dei #dividendi finirebbe con l’aumento dell’#inflazione, che renderebbe di nuovo appetibili le #obbligazioni, o con una correzione del #mercatoazionario, che spingerebbe gli investitori a uscire».

Settori e titoli.

Bisogna cercare di evitare titoli o settori con prospettive non chiare. «È importante diversificare – aggiunge Pozzi -. L’auto, per esempio, ha valutazioni e rendimenti interessanti, ma presenta molte incognite, dall’innovazione alle aggregazioni. Le utility sono sempre generose in termini di dividendi, ma un aumento dei tassi di interesse potrebbe diminuire il loro appeal e incidere sui prezzi. Poi ci sono società particolarmente interessanti all’interno dei singoli settori: Intesa Sanpaolo e Bnp Paribas tra le banche hanno una buona redditività e una valutazione adeguata. Orsted, leader nell’energia eolica offshore, è un caso di successo».

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